Matrimonio e aumento del peso: la vita non è solo scienza!

matrimonio e aumento di peso

RIASSUNTO

Gli uomini e le donne sposati presentano un rischio più elevato di sovrappeso e obesità in età adulta, anche se il matrimonio è associato all’obesità solo negli uomini.1 Insomma, matrimonio e aumento del peso sono collegati!

METODOLOGIA

 Si stima che circa due terzi (65,6%) degli adulti polacchi sia in sovrappeso, con il 29,2% che presenta obesità. Per determinare i possibili fattori di rischio sociodemografici e psicosociali alla base di queste tendenze, i ricercatori hanno analizzato i dati di un’indagine nazionale sulla salute della popolazione condotta in più centri (WOBASZ II). Un totale di 2405 partecipanti (1098 uomini e 1307 donne; età mediana, 50 anni) è stato incluso nello studio, tra i quali il 35,3% aveva un peso normale, il 38,3% era in sovrappeso e il 26,4% era obeso. Oltre allo stato civile e all’età, sono stati valutati la capacità funzionale di alfabetizzazione sanitaria, la depressione e il supporto sociale utilizzando vari questionari. È stata condotta una regressione logistica per stimare i rapporti di probabilità (OR) per i fattori di rischio selezionati.

CONSIDERAZIONI FONDAMENTALI

Essere sposati era associato a un aumento del 62% del rischio di sovrappeso negli uomini e a un aumento del 39% nel rischio nelle donne, con un rischio quasi triplo di obesità solo negli uomini (OR, 3,19) rispetto ai partecipanti non sposati. L’età era un fattore di rischio indipendente sia per il sovrappeso che per l’obesità negli uomini (OR, 1,03 e 1,04, rispettivamente) e nelle donne (OR, 1,04 e 1,06, rispettivamente). Nelle donne, un aumento del peso corporeo era correlato a vivere in comunità con meno di 8000 persone (OR, 1,46) e a un’alfabetizzazione sanitaria inadeguata (OR, 1,43), mentre segnalare almeno una depressione borderline (OR, 2,06) era associato a un rischio più elevato di obesità. Non è stata trovata alcuna associazione tra supporto sociale e peso corporeo.

IN PRATICA

“Età e stato civile hanno un impatto innegabile sulla convivenza con sovrappeso o obesità in età adulta, indipendentemente dal sesso,” hanno scritto gli autori. “Sembra che la diffusione della conoscenza della salute e della promozione della salute nel corso della vita possa ridurre il fenomeno preoccupante dell’aumento dell’obesità nella popolazione polacca.”

Leggete anche gli articoli:

The Guardian: A couple that lost over 80kg have been able to have sex for the first time since being married: DOPO essere apparsi in un documentario nel Regno Unito riguardo al pagamento del loro matrimonio con sussidi perché erano troppo in sovrappeso per lavorare, Stephen e Michelle Beer sono stati pesantemente scrutinati per il loro aspetto trasandato.
Non solo sono stati vilipesi, ma la loro obesità ha reso impossibile per loro celebrare il matrimonio nel modo più intimo possibile….

Matrimonio e aumento del peso



Bibliografia

  1. The study was led by Alicja Cicha-Mikołajczyk, National Institute of Cardiology in Warsaw, Poland. It was published as an early release from the European Congress on Obesity to be held in Malaga, Spain, from May 11 to 14, 2025. ↩︎

Dolore cronico e qualità di vita

qualità di vita nel dolore cronico

Il dolore cronico ha un impatto significativo sulla qualità di vita di una persona, influenzando vari aspetti della vita quotidiana. Negli innumerevoli corsi che ho tenuto, volendo enfatizzare questo aspetto del dolore cronico al contrario del dolore acuto, spesso portavo questo esempio: il dolore acuto può essere quantificato dalle scale di dolore, diffusissime oramai. “Quanto male ha da zero a dieci?”. Ma il dolore cronico è diverso: una leggera sensazione di puntura di spillo sotto il tallone, ogni singola volta che poggiamo il piede per terra, diventa un’ossessione dopo un paio di settimana, condiziona la nostra esistenza. Il primo pensiero al mattino, prima ancora di aprire gli occhi, sarà rivolto a questo leggero dolore, al dolore cronico.

Ecco alcune delle principali aree in cui il dolore cronico può compromettere il benessere e la qualità della vita:

1. Limitazioni fisiche

  • Mobilità ridotta: Il dolore persistente può limitare la capacità di muoversi, fare esercizio fisico o svolgere attività quotidiane, portando a una diminuzione della forza e della resistenza.
  • Interferenze con le attività quotidiane: Le persone con dolore cronico possono trovare difficile svolgere compiti semplici come fare la spesa, cucinare o curare la casa.

2. Impatto psicologico del dolore cronico sulla qualità di vita

Una premessa: non si tratta di dolore psicogeno e in medicina non se ne parlapiù dagli anni ’90. Le persone NON hanno male perché sono depresse, perché sono “pazze”. Il dolore rappresenta un’esperienza personale, non un sintomo, in particolare il dolore cronico. Come esperienza del paziente, va rispettata e accolta dal medico. Non giudicata o interpretata, Questo fatto non rappresenta una visione personale di Dott Pqnagiotakos, ma la definizione del dolore cronico secondo la IASP, International Association for the Study of Pain. L’associazione fondata dall’immenso John Bonica, padre della Terapia Antalgica.

  • Ansia e depressione: Il dolore cronico è spesso associato a disturbi dell’umore, come ansia e depressione, che possono amplificare la percezione del dolore e rendere più difficile farvi fronte. Secondo studi recenti, un terzo dei pazienti con dolore cronico diventa depresso, anche senza una predisposizione alla depressione. Si tratta di una depressione secondaria, parte del dolore cronico, da trattare se il paziente lo ritiene necessario.
  • Stress e frustrazione: La gestione del dolore e le limitazioni che esso comporta possono portare a stress e frustrazione, influenzando negativamente il benessere psicologico.

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3. Relazioni interpersonali

  • Isolamento sociale: Le persone con dolore cronico possono sentirsi isolate, poiché il dolore può limitare la loro partecipazione a eventi sociali e attività con amici e familiari. Molti pazienti ci riferiscono di aver rinunciato a programmare eventi sociali, di aver smesso per esempio di partecipare a cene e comprare biglietti per il teatro, non essendo in grado di prevedere come staranno il giorno dell’evento.
  • Tensioni nelle relazioni: Il dolore e le limitazioni associate possono mettere a dura prova le relazioni interpersonali, causando incomprensioni e conflitti con partner, familiari e amici. Le limitazioni possono essere psichiche, condizionando per esempio il grado di empatia con il partner, ma anche fisiche, In molti questionari, come nell’Oswestry Pain Score, l’impatto del dolore cronico sui rapporti sessuali viene seriamente presa in considerazione.

4. Qualità del sonno

  • Disturbi del sonno: Il dolore cronico può interferire con il sonno, portando a insonnia e sonno non ristoratore. La mancanza di sonno può aggravare ulteriormente il dolore e influenzare l’umore e la funzione cognitiva.

5. Impatto sul lavoro e sulla produttività

  • Assenteismo e ridotto rendimento: Il dolore cronico può portare a frequenti assenze dal lavoro e a una diminuzione della produttività, influenzando la carriera e la stabilità finanziaria.
  • Difficoltà nel mantenere l’occupazione: In alcuni casi, le persone con dolore cronico possono essere costrette a lasciare il lavoro o a cambiare carriera a causa delle limitazioni fisiche e psicologiche.

6. Aspetti economici

  • Costi delle cure: La gestione del dolore cronico può comportare spese significative per trattamenti, farmaci e terapie, influenzando la situazione finanziaria e il benessere economico complessivo.
  • Perdita di reddito: L’incapacità di lavorare o la riduzione delle ore lavorative possono portare a una diminuzione del reddito, creando ulteriori stress finanziari.

7. Strategie di gestione

  • Interventi multidisciplinari: Un approccio olistico che combina trattamenti medici, psicologici e sociali può migliorare la gestione del dolore e, di conseguenza, la qualità della vita. Ciò include terapie fisiche, psicoterapia, gestione del dolore e supporto sociale. Avete sentito parlare del modello biopsicosociale nel trattamento del dolore cronico?
  • Educazione e supporto: Fornire ai pazienti informazioni sulle tecniche di gestione del dolore e supporto emotivo può aiutare a migliorare la loro resilienza e capacità di affrontare il dolore.

8. Aspetti positivi

  • Sviluppo di resilienza: Alcuni individui possono sviluppare una maggiore resilienza e capacità di affrontare le difficoltà a causa dell’esperienza del dolore cronico, portando a una crescita personale.
  • Cambiamenti nelle priorità: Il dolore cronico può portare a una rivalutazione delle priorità nella vita, incoraggiando le persone a concentrarsi su ciò che è veramente importante per loro.

In conclusione, il dolore cronico ha un impatto profondo e multifattoriale sulla qualità della vita. Affrontare questo problema richiede un approccio integrato che consideri non solo gli aspetti fisici del dolore, ma anche quelli psicologici e sociali, per migliorare il benessere complessivo delle persone colpite.


Siamo così diversi dagli australiani?

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Approfondiamo ulteriormente l’impatto del dolore cronico sulla qualità della vita e le strategie per affrontarlo, in Australia come in Italia.

1. Implicazioni sul benessere fisico

  • Condizioni coesistenti: Il dolore cronico è spesso associato a condizioni mediche coesistenti, come l’obesità, le malattie cardiache e il diabete. Queste condizioni possono essere aggravate dalla mancanza di attività fisica e da uno stile di vita sedentario, creando un circolo vizioso di deterioramento della salute.
  • Sistemi immunitari: La sofferenza cronica può influenzare il sistema immunitario, rendendo le persone più suscettibili a malattie e infezioni.

2. Impatto sulla salute mentale

  • Ciclo di dolore e depressione: La relazione tra dolore cronico e depressione è bidirezionale. Il dolore può portare a depressione, mentre la depressione può aumentare la percezione del dolore, creando un ciclo difficile da rompere.
  • Gestione delle emozioni: Le emozioni negative, come la rabbia e la frustrazione, possono manifestarsi a causa del dolore. Lavorare su queste emozioni attraverso la terapia e il supporto sociale è fondamentale per il recupero.

3. Relazioni interpersonali

  • Comunicazione e comprensione: È importante che le persone con dolore cronico comunichino apertamente le loro esperienze e limitazioni ai familiari e agli amici. La comprensione da parte degli altri può migliorare il supporto emotivo e ridurre l’isolamento.
  • Gruppi di supporto: Partecipare a gruppi di supporto può fornire un senso di comunità e connessione con persone che affrontano situazioni simili, riducendo il senso di isolamento.

4. Interventi terapeutici

  • Terapie fisiche: La fisioterapia può aiutare a migliorare la mobilità e ridurre il dolore attraverso esercizi mirati e tecniche di riabilitazione. È importante che i programmi siano personalizzati per le esigenze individuali.
  • Terapie alternative: Tecniche come l’agopuntura, la chiropratica e la terapia occupazionale possono offrire sollievo dal dolore e migliorare la qualità della vita.

5. Approcci psicologici

  • Terapia comportamentale: La terapia cognitivo-comportamentale può aiutare a identificare schemi di pensiero negativi e sostituirli con pensieri più positivi e costruttivi. Questo approccio è utile per affrontare il dolore e migliorare l’adattamento alle limitazioni.
  • Tecniche di rilassamento: La meditazione, la respirazione profonda e il rilassamento muscolare progressivo possono ridurre lo stress e migliorare la gestione del dolore.

6. Educazione e consapevolezza

  • Informare i pazienti: Fornire informazioni sui meccanismi del dolore e sulle strategie di gestione può aiutare i pazienti a sentirsi più in controllo della propria situazione. L’educazione può anche ridurre l’ansia legata al dolore.
  • Autogestione: Insegnare ai pazienti tecniche di autogestione, come il monitoraggio del dolore e l’uso di diario del dolore, può migliorare la loro capacità di gestire le fluttuazioni del dolore.

7. Sostegno sociale e professionale

  • Coinvolgimento della famiglia: Coinvolgere i familiari nel processo di trattamento può migliorare il sostegno e la comprensione. Le sessioni di terapia familiare possono essere utili per affrontare le dinamiche relazionali influenzate dal dolore.
  • Professionisti della salute: Lavorare con medici, psicologi, fisioterapisti e assistenti sociali consente un approccio multidisciplinare alla gestione del dolore, migliorando le possibilità di un trattamento efficace.

8. Aspetti culturali e socioeconomici

  • Cultura e dolore: Le attitudini culturali verso il dolore e la sofferenza possono influenzare la risposta delle persone al dolore cronico. È importante considerare le differenze culturali nella gestione del dolore e nelle aspettative riguardo al trattamento.
  • Accesso alle cure: Le disparità socioeconomiche possono influenzare l’accesso alle risorse e ai trattamenti per il dolore cronico. È fondamentale lavorare per garantire che tutte le persone abbiano accesso a cure appropriate e supporto.

9. Sviluppo di resilienza

  • Crescita personale: Alcuni individui possono scoprire che affrontare il dolore cronico porta a una maggiore resilienza e capacità di affrontare le sfide della vita. Questa crescita personale può portare a una rivalutazione delle priorità e a un maggiore apprezzamento per le esperienze positive.
  • Autocura e assertività: Imparare a prendersi cura di sé e a essere assertivi riguardo alle proprie esigenze è essenziale per migliorare la qualità della vita. Ciò include stabilire limiti e comunicare chiaramente le proprie necessità.

10. Ricerca e innovazione

  • Nuove terapie: La ricerca continua a portare a nuove terapie e interventi per la gestione del dolore cronico, inclusi approcci farmacologici e non farmacologici, che possono migliorare notevolmente la qualità della vita delle persone. In questo sito, come nel mio sito ww.ponos.clinic troverete interessanti approfondimenti.

n conclusione, il dolore cronico ha un impatto profondo e complesso sulla qualità della vita. Affrontare questa condizione richiede un approccio integrato e multidisciplinare che consideri non solo gli aspetti fisici, ma anche quelli psicologici, sociali e culturali. Investire nella gestione del dolore e nel supporto psicologico può portare a un miglioramento significativo della qualità della vita per le persone che ne sono affette.


Neuroscienze e dolore cronico

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Le neuroscienze moderne stanno rivoluzionando il trattamento del dolore attraverso una comprensione più approfondita dei meccanismi biologici e psicologici che lo governano. In questa pagina leggerete un breve riassunto della relazione che esiste tra neuroscienze e dolore. Ecco alcuni modi in cui queste scoperte stanno influenzando le pratiche terapeutiche:

1. Modello biopsicosociale

Le neuroscienze hanno contribuito a sviluppare un modello biopsicosociale del dolore, che riconosce l’interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali. Questo approccio olistico consente ai medici di considerare non solo il dolore fisico, ma anche le emozioni, le esperienze passate e il contesto sociale del paziente. La prima menzione di questo approccio al dolore cronico e nel suo trattamento rissale al 1973, in testi della IASP, la International Association for the Study of Pain, fondata dall’immenso John Bonica negli USA. Vi invito a leggere la sua biografia su wikipedia: è la storia di un uomo che ha costruito la storia, ha fondato il termine “trattamento del dolore conico”, soffrendo di dolori per tutta la sua vita. Grazie John.

Non è sufficiente trattare il dolore cronico come fosse un sintomo: è necessario considerare le sue conseguenze psicologiche e sociali. Queste rappresentano parte del quadro del dolore conico,

Maggiori informazioni sul modello biospicosociale in questa pagina.

2. Neuroplasticità

La ricerca ha dimostrato che il cervello può adattarsi e cambiare in risposta all’esperienza del dolore. La neuroplasticità implica che le esperienze di dolore cronico possono modificare le vie neurali, rendendo il dolore più persistente. Questo ha portato a sviluppare interventi mirati a “riaddestrare” il cervello, come la terapia cognitivo-comportamentale e la desensibilizzazione.

La neuroplastticità ha ridefinito il termine “dolore cronico”. Oggi si sa che dopo appena tre settimane, si creano nuove connessioni tra le cellule nervose del midollo spinale, connessioni che possono perpetuare un dolore cronico.

La neuromodulazione con radiofrequenza si pensa oggi che agisca anche attraverso questa via.

3. Tecniche di gestione del dolore

Le neuroscienze hanno favorito l’adozione di tecniche non farmacologiche per il trattamento del dolore, come:

  • Terapia cognitivo-comportamentale (CBT): Si concentra sulla modifica dei pensieri e delle emozioni associati al dolore.
  • Mindfulness e meditazione: Queste pratiche aiutano a ridurre la percezione del dolore e a migliorare il benessere psicologico.
  • Biofeedback: Utilizza dispositivi per monitorare funzioni fisiologiche, consentendo ai pazienti di apprendere come controllare il proprio corpo e ridurre il dolore.

4. Trattamenti farmacologici mirati

Le scoperte neuroscientifiche hanno portato allo sviluppo di farmaci più mirati per il dolore. Ad esempio, i farmaci che agiscono sui recettori del dolore nel sistema nervoso centrale, come gli oppioidi, ma anche alternative più recenti che agiscono su sistemi neurochimici specifici, riducendo il rischio di dipendenza e effetti collaterali.

5. Stimolazione cerebrale

Tecniche come la stimolazione cerebrale profonda (DBS) e la stimolazione transcranica a corrente diretta (tDCS) stanno emergendo come opzioni per il trattamento del dolore cronico. Queste tecnologie modulano l’attività cerebrale in aree specifiche associate al dolore, offrendo un approccio innovativo e promettente.

6. Ricerca sul dolore cronico e meccanismi neuropatici

Le neuroscienze stanno identificando i meccanismi alla base del dolore cronico e neuropatico, portando a trattamenti più efficaci. Comprendere come il dolore diventi cronico, ad esempio tramite l’iperattività dei neuroni nel sistema nervoso centrale, ha portato a nuove strategie terapeutiche.

7. Educazione e consapevolezza

Le neuroscienze hanno anche dato impulso a programmi educativi per pazienti e operatori sanitari sul funzionamento del dolore. Una migliore comprensione dei meccanismi del dolore può aiutare i pazienti a sentirsi più in controllo della propria condizione e a impegnarsi attivamente nel processo di trattamento.

In sintesi, le neuroscienze moderne stanno cambiando radicalmente il modo in cui trattiamo il dolore, promuovendo un approccio integrato che considera le dimensioni fisiche, emotive e sociali. Questa evoluzione offre maggiore speranza per i pazienti affetti da dolore cronico, migliorando la qualità della loro vita e le loro prospettive di trattamento.


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Il tempo e il dolore

Il tempo e il dolore

Il concetto del tempo di cui si parla in questa pagina necessita di qualche iniziale riflessione. Apparteniamo al tempo in modi diversi, nello stesso momento. Sentiamo il tempo in modo diverso, nello stesso istante. Come se il tempo avesse varie dimensioni che coesistono senza escludersi.

Il tempo e il dolore interagiscono, ve lo può confermare qualsiasi paziente. Il concetto di tempo è distorto nel dolore, viene distorto dal dolore cronico. Progettare un futuro anche banale, un viaggio, una cena con gli amici, a volte diventa impossibile. Spesso si progetta per accontentare le persone vicine e care, per offrire a loro una parvenza di “normalità” di vita. Ma il paziente ne farebbe volentieri a meno. Lo rassicura molto di più sapere che quel giorno, il giorno della partenza per il viaggio, la sera della cena, se arriva l’emicrania per esempio, avrà la libertà di chiudersi in una stanza e dormire al buio, senza pesare sulla vita di altre persone. Bene o male, ognuno di noi ha la propria vita. Questa è la sua.


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Il tempo ciclico della natura

Apparteniamo al tempo della natura, un tempo ciclico e inesauribile. Impietoso, monotono, prevedibile, assolutamente certo, certo come la morte e forse “anche le tasse”.

Questo tempo è ben rappresentato dall’alternanza ciclica delle stagioni, oppure dalla nostra esistenza. Si nasce, si cresce, la natura ci fornisce spinta riproduttiva e aggressività, la forza per proteggere la prole, per poi privarci gradualmente di tutto. Sia dell’aggressività, che dalla capacità di procreare. Ci rende inutili come funzionari della specie. La nostra tecnologia, la medicina ha procrastinato la terza età, abbiamo prolungato la vecchiaia (più che la vita vera, in termini naturali)., Ma alla fine la natura prevede alla nostra morte. Nascita, crescita, morte. Il tempo ciclico inesorabile e inalienabile della natura.

Triste, no? Triste perchè lascia poco spazio all’indeterminatezza del desiderio. Desidero quello che non ho. Quello di cui dispongo, al massimo lo vivo. Il tempo ciclico della natura non ha nulla a che fare con i nostri desideri e i nostri progetti di vita. Nei nostri pensieri, nei nostri programmi, esiste sempre il “domani”, il “dopo”, che nel tempo della natura è uguale al “prima”. Alla natura non interessa se nel nostro successivo istante siamo vivi o morti.

Per il nostro insignificante “io” invece il “domani” è fondamentale: il nostro “io” un giorno vuole trovare il modo per raggiungere un risultato e attraverso quel traguardo sentirsi gratificato.


Il tempo dell’ “io”

Viviamo contemporaneamente il tempo del nostro “io”, il tempo caratterizzato da un obiettivo, uno scopo. Il “tempo scopico” come lo chiama l’immenso Umberto Galimberti.

E’ un tempo brevissimo: spesso dalla sua immediatezza dipende anche la realizzazione dello scopo. Il mezzo e lo scopo devono esistere nello stesso momento. E’ quello che abitualmente chiamiamo “cogliere l’attimo”, opportunità.

Un mio desiderio, un mio progetto e la sua realizzazione hanno un senso per me, hanno un valore adesso: Un amico stava per anni progettando un viaggio nella “zona rossa” dell’impianto nucleare di Chernobyl. Nel 2022 finalmente era arrivato il suo momento, ma la guerra in Ucraina era scoppiata e poco dopo l’impianto era stato di nuovo compromesso. A Chernobyl non ci andrà mai. Essendo una persona intelligente ha goduto del desiderio di andarci. Ma per la realizzazione del progetto del suo “io”, aspettare altri mille anni affinché la zona diventi sicura, non è possibile.

La mia gratificazione, strettamente legata alla soddisfazione dell’io e alla definizione di quello che sono, dipendono dalle mie capacità, dai miei mezzi e dai scopi che mi prefisso. “Pan Metron Ariston” sostenevano i greci antichi: tutto deve essere eseguito secondo misura. E’ inutile che il nostro “io” fissi obbiettivi di cui non siamo capaci o per i quali non disponiamo i mezzi. Penna la delusione, la non crescita, la non soddisfazione.

Ci si propone uno scopo, si accede ai mezzi e si realizza l’obbiettivo.


L’influenza degli dei

Sul tempo scopico, in particolare quando questo si dilata, può intervenire un’altra dimensione del tempo: quello che i greci chiamavano “kairos“. L’influenza della volontà divina. Quello che succede per favorire o impedire il raggiungimento dello scopo. Il tempismo è tutto. immaginiamo un cacciatore che cerca di uccidere una preda. Se i dei desiderano, un soffio di vento, imprevisto, può impedire la riuscita del colpo.

Esiste nell’accezione comune un “momento giusto” per fare qualsiasi cosa. Il desiderio di un viaggio a Madrid con un gruppo di amici non può essere rinviato di 10 anni, perde tutto il suo significato. Le amicizie cambiano, i desideri anche, i contesti pure. Interviene il kairos.

Il raggiungimento di uno scopo dipende dall’individuazione dello scopo giusto, al momento giusto, con i mezzi giusti. “Quando è tardi, è tardi” diceva un amico.


L’eternità

Per alcuni una certezza, per altri una favola. Comunque sia, l’eternità rappresenta un concetto prevalente della nostra cultura cristiana. La natura è buona, ogni giorno che Dio la creò “vide che era cosa buona e giusta”. E poi la regalò all’uomo: forse l’unica cultura in cui Dio offre all’uomo il dominio sui pesci, sui volatili…. sulla natura. Non solo, ma alla base dell’appartenenza al cristianesimo si dichiara: “Credo nella risurrezione della carne e nella vita eterna“.

Non solo la natura appartiene all’uomo, ma anche il tempo, secondo il cristianesimo. La nostra società è profondamente Cristiana; non basta professarsi atei per sbarazzarsi di una cultura che nel domani indefinito offre la speranza del raggiungimento di un obbiettivo. Se lo scopo non si raggiunge in questa vita, sarà in quella dopo, in cielo o dopo la resurrezione. Con la certezza assoluta di un “credo”. Il “credo” non si mette mai in discussione: detiene la verità assoluta, è irremovibile.

Quanti di voi avete pensato che “in questa vita è andata così, nella prossima andrà meglio”? Io ne conosco qualcuno, anche qualcuno che in fondo pensa di essere un agnostico, un ateo….


Il tempo e il dolore

Il dolore non appartiene all’eternità. Nessuno sembra consolarsi pensando che in un giorno lontano, il suo dolore lo renderà più puro e lo userà come un biglietto da visita per un posto migliore nell’altro mondo. Almeno i miei pazienti non mi pare ragionino così..

Il dolore interferisce con il tempo “scopico“, il tempo personale, il tempo dell’io. Non permette oggi o domani di fare quel che si desidera. Non si può progettare il weekend perché non si sa come si starà, oppure si sa che si starà male.

Il dolore non permette di progettare il domani, non permette di sognare il futuro, Il dolore cronico spesso si impossessa della totalità del nostro tempo. Diventa una ragione di non-vita. I pazienti si sentono spesso colpevoli di rubare la vita anche di chi con affetto gli sta vicino.

Più il dolore permea la nostra quotidianità, più si impossessa del tempo del nostro “io”, più la vita perde senso.

Esiste una forma di emicrania, l’emicrania cronica continua: dolore emicranico tutti i giorni del mese, al massimo con la pausa di qualche ora al mese. In questi pazienti “l’ideazione” anticonservativa supera il 40%. Quando si parla di “ideazione” non si riferisce al semplice pensiero di “farla finita”. Si immagina la propria fine, si progetta il proprio suicidio. Di questi, prima o poi, l’11% riesce a togliersi la vita.

Il dolore cronico, o almeno alcune sue forme, ci priva totalmente del tempo del “io”. Il tempo ciclico appartiene alla natura, non a noi. Non ha nessun senso per la nostra persona.

L’eternità non è gratificante, non è nemmeno una consolazione. E così nel film Wenders, Emit Flesti decide di rinunciare all’eternità per provare emozioni. Decide di non essere più un angelo eterno con le ali ma un “mortale”. Persino lui che si chiamava Emit Flesti: l’anagramma di Time Itself. Lui stesso era il Tempo.

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Dolore cronico: “Lasciate ogni speranza o’voi che entrate”

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L’Inferno di Dante.

Così descrivono molti la loro iniziazione nel percorso del dolore cronico. Un battesimo, l’attraversamento di una porta, così come gli psicoanalisti la intendono. Il dolore contrassegna una nuova vita.

L’inferno di Dante la cui porta, una volta attraversata, non si torna più indietro.

Il percorso fino ad arrivare a questa porta, è colmo di tentativi di spiegare la propria sofferenza a noi illustrissimi medici, di preghiere a entità inesistenti o esistenti, di richieste e speranze di accettazione a chi ci sa amare, di senso di colpa per la propria condizione.

Questo è solo l’inizio del percorso che guida alla porta dell’inferno di Dante.


L’inizio della fine.

La fine della vita precedente: la fine della qualità di vita come i “sani” la intendono e come anche noi con arroganza la intendevamo. Il nuovo compagno di vita, quello che ci sveglia e a cui pensiamo al mattino prima di aprire gli occhi. Il suo nome è Dolore. Con la D maiuscola, per rispetto del suo ruolo e della sua potenza.

Ignorarlo, in un’altra cultura, sarebbe considerata una υβρις, un atto irrispettoso nei confronti degli dei e di quel che pesino loro rispettano. Il dolore fa parte della Natura, quello sfondo immutabile che nessuno creò e che a nessuno appartiene.

Nella nostra cultura Cristiana, il dolore rappresenta invece la punizione divina per il peccato originale. Per chi non ricorda la Bibbia, si può leggere il relativo passo qui. Questo concetto ha intriso la nostra vita e mentre le altre malattie non vengono accettate, ci impegniamo per la loro cura fino a parlare di “accanimento”, il dolore non viene considerato una malattia. Il colesterolo alto sicuramente condiziona la nostra quotidianità molto meno del dolore cronico; ma i pazienti accettano senza domande di assumere per tutta la vita una cura specifica. Ma l’antidolorifico “no”, fa male. Il che in parte è vero, ma oggi esistono farmaci che anche se assunti per tutta la vita, non creano danni all’organismo.

“Si sa”: gli antidolorifici fanno male e vengono assunti solo quando si è prossimi al suicidio o qualcosa del genere. Il dolore non è una malattia. E’una giusta punizione divina. Bisogna farsene una ragione.

Forse.

La porta

Ma torniamo alla porta di Dante. Per attraversarla bisogna lasciare ogni speranza: ogni precedente ricordo, ogni progetto di vita, ogni aspettativa futura. Rodin è forse l’artista che più di ogni altro ha avuto paura di attraversare la porta, scolpendola per 30 anni per morire senza mai terminarla.

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Nella sua rappresentazione, sotto lo sguardo del pensatore (forse dello stesso Dante), emergono i corpi dei dannati: contorti, urlanti, spinti verso il vuoto mentre cercano di sfuggire al loro destino. In questo magma di 180 corpi appartiene anche il Conte Ugolino: il duo destino era leccare il cranio di un vescovo e infine mangiare i propri figli per sopravvivere. L’emblema del dolore della psiche che non differisce, diventa anche dolore del corpo.

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Il viaggio oltre la Porta

Mentre il viaggio di Augusto Rodin si interrompe con la sua morte, quello di Dante è soltanto al principio.

I pazienti con dolore sono come Dante: attraversano ogni giorno la porta del mio studio, con la saggezza che anni di sofferenza gli hanno regalato, la consapevolezza della propria vita, del proprio stato e della propria dignità perduta, lo sguardo profondo che non è più in cerca di promesse. Ogni tanto riaffiorano le mie origini: offrire ai mortali “tufles elpides”, cieche speranze, veniva considerato un gesto gravissimo. Per questo Zeus ha incatenato il semidio Prometeo alla roccia, condonandolo all’eterno supplizio. Ecco: offrire promesse che sappiamo già essere fasulle, o promesse che nella nostra ignoranza non sappiamo essere infondate, è diabolico.

Torniamo ai nostri tempi: il paziente arriva da me spesso spinto da un benefattore che crede ancora nella vita. Di quelli che riescono a vedere ancora la speranza nel futuro. Si raccontano e nel frattempo mi caricano di una responsabilità: “Lei, dottore, sarà l’ultimo che vedo. Sono stato convinto a venire fin qui, io non so neanche se volevo. Ho visto 30 suoi colleghi in questi anni, ho speso un appartamento e non è cambiato nulla”. Se siete pazienti affetti da dolore cronico sapete che non sto esagerando. E’ una frase che avete pronunciato o che sareste in grado di pronunciare fra qualche anno.

Talmente è frequente questa affermazione, che pure la risposta è diventata stereotipata: una mia sonora risata e poi le parole “sapesse signora (di solito sono femmine) quante volte da stamattina mi sono sentito dire le stesse parole! Sono oramai abituato. D’altronde, chi sta bene con i farmaci o con la fisioterapia, perché deve venire da me?”. Al che aggiungo: “io faccio questo di mestiere, curo il dolore. E mi riesce bene. Facciamo un patto che da oggi in poi vale per tute le mie cure ma anche per le cure di ogni mio collega che vedrà (se mai) nel futuro. Ogni volta che ci vedremo Lei dovrà stare meglio. Sennò ho fallito. Lei mi spiegherà tutto quello che ha, perché Lei sa cosa ha, io no. Io cercherò di capire e cercherò di aiutarla. Magari non vivrà senza dolore. Ma il mio scopo sarà di migliorare la Sua vita. La ascolto”.

Così i pazienti si raccontano, si aprono. Basta dargli tempo e rispettare le loro parole. Eugene Braunwald, uno dei medici più importanti del secolo scorso, ha dimostrato con uno studio che tre diagnosi su quattro potevano essere formulate in modo esatto, solo basandosi sul racconto del paziente. Forse sottostimava un pò, per quel che riguarda il mio settore.


L’inizio del viaggio per la cura del dolore cronico

Un rapporto di fiducia si basa sul rispetto reciproco. I pazienti non si abbandonano mai. Il paziente non deve avere mai la sensazione di essere truffato, sfruttato. Il paziente va sempre ascoltato e rispettato. Mai aggredito, mai costretto. Si chiede sempre il suo permesso anche solo per visitarlo. Ed il paziente deve pagare quello che è giusto, quello che corrisponde alla mia professionalità ma che gli permette di tornare se serve, per farsi curare.


I nostri “gironi” infernali

Tutti noi siamo cresciuti in una comunità cristiana. E come il cristianesimo ci ha insegnato: nel passato esiste il peccato, nel presente la redenzione e nel futuro la salvezza. Il cristianesimo ci ha promesso l’eternità corporea. Persino la resurrezione dei corpi.

dolore cronico

Qui nasce una grande confusione: i pazienti dichiarano nel non credere più di avere speranza, ma vengono da me perché in fondo sono dei buoni cristiani (almeno per cultura) e non possono negare che la speranza esisterà sempre. Sono solo depressi, come il 60% dei pazienti con dolore cronico: questa percentuale sviluppa depressione secondaria anche se non esiste la predisposizione per la depressione. E’ normale, di questo cerco di convincere i miei pazienti: è normale essere depressi quando ti muore un cane con cui hai condiviso 15 anni di vita (ciao Lemon), normale essere depressi quando perdi un figlio, normale essere depressi quando la tua vita è devastata e pervasa dal dolore.

I pazienti spesso guardano il loro passato e non si riconoscono, gradirebbero un viaggio nel tempo. Questo mi fa pensare al grande Sandro Botticelli, che a un certo punto della sua esistenza accetta la sua evoluzione. Abbandona le opere iconiche pagane di bellezza per le quali era famoso e si dedica alla rappresentazione del Grande Poema. E’ forse il primo pittore a rappresentare con tanta precisione l’inferno di Dante.

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Caronte

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Alla fine della nostra storia c’è Caronte. A volte mi sento così, non aspirando alla sua notorietà, ma riferendomi al suo ruolo infame. Il traghettatore che aiuta le anime a trovare una strada verso il futuro, oltre la porta del non ritorno. Ma lo fa dietro un compenso, come se il carcerato dovesse pagare per venir rinchiuso.

Sono cresciuto in una casa semplice, molto vicino ad Acheronte, il fiume traghettato da Caronte che lasciava anime povere sulle sponde del fiume e trasportava con calma i fortunati verso l’Oracolo alle porte di Ade. Forse erano le stesse porte di Dante. Una volta salì su un traghetto con un vecchio che accompagnava noi turisti verso l’Oracolo. Quel giorno il mare era conciliante e potemmo uscire per visitare anche la grotta di Persefone. Ma il vecchio analfabeta raccontò la storia di Caronte tramandata ai nostri tempi. I suoi avi non avevano mai lasciato quei luoghi. La storia con tempo si trasformò, ma era sempre quella. Così, da quel vecchio ho saputo che la madre di Achille, battezzò in quel fiume suo figlio, rendendolo immortale, ma tenendolo per il tallone che non si bagnò.

E la mia storia finisce improvvisamente così. Con la consapevolezza di assomigliare sempre più al vecchio Caronte pieno di dubbi, ma con la certezza dell’esistenza della forza taumaturgica dell’acqua del fiume Acheronte, che tanto può. Forse a volte più di me.

Fine.